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Bosa borgo medievale e castello

La città di Bosa è un borgo medievale che si affaccia sulle incontaminate coste della costa centro occidentale. Un incantevole territorio circonda l'abitato tra mare, fiume e montagne. Questo angolo di Sardegna si identifica per la varietà di paesaggi ancora vergini è incontaminati. Il territorio era già abitato in epoca preistorica e protostorica, come testimoniano le numerose "domus de janas" e i villaggi nuragici.Si ritiene che Bosa sia uno dei centri abitati più antichi della Sardegna. Il suo nome era documentato già in epoca fenicia (IX sec. A. C.). La città romana sorse molto più a monte del centro fenicio, lungo la riva sinistra del fiume Temo dove oggi si trova la chiesa di S. Pietro del 1073. Nel 1112 i Malaspina costruirono un castello in posizione strategica sopra il colle Serravalle, che portò a un graduale spostamento del centro urbano, al riparo delle mura del fortizio. Nella piazza d'armi del castello sorge la chiesa di Nostra Signora di Regnos Altos, eretta nel XIV secolo e ricca di affreschi di scuola toscana. Dal quartiere medioevale si raggiunge il corso Vittorio Emanuele, ricco di edifici del 700 e 800 caratterizzati da bei portali e balconate, quindi il Duomo, intitolato alla Madonna, che risale al Quattrocento, e rinnovato nell'Ottocento. La visita può continuare con la chiesa di San Giovanni (XIV sec.), per poi recarsi a quella di Sant'Antonio, eretta nel cinquecento in stile gotico-catalano. Interessante da visitare anche il seicentesco convento dei cappuccini con la chiesa di Santa Maria degli Angeli. Nella campagna immediatamente circostante Bosa si trova l'antica cattedrale di San Pietro, costruita a partire dal 1062-73 in stile romanico. Per chi ama il folklore, da non perdere il Carnevale di Bosa, noto in tutta la Sardegna per le sfilate in maschera e i carri allegorici.La città è facilmente raggiungibile dai principali scali aeroportuali dell'isola: 2 ore di auto da Cagliari, un'ora e trenta da Olbia, un'ora da Portotorres e circa 50' dall'aeroporto di Alghero, percorrendo l'incantevole litoranea che si affaccia con larghe vedute sulla costa di Capo Marrargiu.

 Il nostro diving center sorge presso la foce del fiume Temo nella frazione balneare di Bosa Marina....

 

PER SAPERNE DI PIU'

castello - concerie - torri costiere - fiume - spiagge 

   

 

Il Castello Malaspina, che dall'alto del Colle di Serravalle domina la Città, è certamente una delle perle più preziose di Bosa. Fù realizzato come fortezza a partire dall'anno 1112 dai discententi di Oberto Obizzo, capostipite dei Malaspina. Occupa una superficie di circa 10.000 metri quadrati, mentre solo il palazzo feudale ne occupava 2.000. E' un bene di grande significato, costituisce un documento storico importante per il quale non ci si può limitare a una breve descrizione. << Così intorno al 1112 sulle ceneri di Bosa antica i marchesi Malaspina ne costruirono una nuova, più vicina al mare, sul breve pendio e la base del monte che guarda verso ponente, cinta di mura e protetta, sulla sommità di quella stessa montagna, dalla rocca di Serravalle, fortificata con torri e con una doppia cinta di mura, nella quale si aprono due porte, da una delle quali si va verso la città, dall'altra verso levante>>.E' una delle prime descrizioni del castello di Bosa, datata agli ultimi decenni del Cinquecento. La firma il padre della storia sarda, quel Giovanni Francesco Fara che diBosa fu anche vescovo. Che la data sia proprio quel 1112 che gli storici del passato assegnavano come momento della fondazione di Bosa (anzi della Bosa nuova, quella dei Malaspina) non è del tutto sicuro. Certo è che, da quei primi decenni del Duecento in cui la rocca fu fondata sino ala fine del Cinquecento, quando il Fara scriveva di Bosa e del suo Castello, molta acqua era passata nel Temo ai piedi del castello, e molte vicende di uomini e di regni il castello aveva conosciuto. A cominciare dalla stessa lenta crescita diBosa, anzi dei suoi diversi quartieri, uno arrampicato e insieme come incasellato nelle pieghe della collina, Sa Costa. l'altro, Corte Intro, di più arruffata maglia edilizia, il più basso, infine, Sa Piatta, disteso lungo l'ultima pigra ansa del fiume. Dall'alto il Castello proteggeva e insieme minacciava i bosani, intercludendo alternativamente la penetrazione di chi venisse dal mare verso l'immediato retroterra e la discesa alla costa dalle colline litoranee. Il Castello (o il suo colle?) <>: sarebbe questa, secondo molti autori, e dunque anche secondo la voce pubblica di Bosa, l'origine del nome: Per questo i restauri delle torri, il rifascio delle mura, il rafforzamento delle strutture cominciarono, si può dire, quasi contemporaneamente alle prime fasi edificatorie. E quando alla fine del Duecento giunse notizia che Bonifazio VIII aveva regalato la Sardegna agli Aragonesi, subito si pose mano ad altri rifacimenti, il più importante dei quali fu la costruzione della grande torre affidata, suggeriscono i caratteri stilistici, a quello stesso Giovanni Capula, architector optimus, che di lì a poco doveva firmare le due magnifiche torri della Cagliari pisana. La torre, a dire i vero, non valse a molto, perchè già nel 1330, a pochi anni dallo sbarco dei catalano-aragonesi, la città e il castello erano ormai nelle mani di un feudatario iberico, anche se subito dopo Mariano IV ne fece uno dei cardini della resistenza sardo-arborense, non senza aver prima arrestato e chiuso nelle segrete del castello il proprio fratello Giovanni, titolare di diritto del possesso di Bosa e di Serravalle. Soltanto nel 1410 i catalano-aragonesi riuscirono a tornare in possesso della città: anzi i cronisti raccontano che fu in quella occasione che per la prima volta contro le sue case e la fortezza l'assalto di turno, Antonio Ballestrer, usò le armi da fuoco. Fu un'occupazione sui generis, se è vero che il castello fu assegnato stabilmente ad un feudatario, e la città, onorata del titolo di, godeva invece di privilegi speciali, primi dei quali erano l'autonomia della comunità e la libertà dei cittadini. Curiosa condizione, che per secoli sembrò separare, anzi contrapporre, il destino della città. Non senza accendere un contenzioso che all'inizio del Quattrocento (cioè all'indomani del ritorno degli Aragonesi) conobbe fasi di alta conflittualità: nel 1415 il feudatario arrivò a bombardare la città dall'alto del castello, ma nel 1421 i due rappresentanti di Bosa al Parlamento di Cagliari lo fecero destituire su due piedi da Alfonso il Magnanimo.Nel 1433 un nuovo feudatario riscattò il castello dalla Corona e mise mano ad altri ampliamenti, con l'erezione di due nuove torri poligonali e la costruzione del terrapieno, che chiudevano ormai all'interno uno spazio di oltre un ettaro. Il castello era davvero - come aveva detto uno dei suoi più arroganti proprietari. Alla fine del Quattrocento ospitava anche una zecca, che batteva monete per le piccole necessità quotidiane delle popolazioni dei dintorni. La città cresceva oll'ombra del castello, ad onta di ogni rissa e di mille provocazioni feudali. E contemporaneamente il castello si trovava legato alle sorti economiche e politiche della città, se è vero che non appena la città entrò in crisi anche il castello decadde e subito cominciò ad essere abbandonato. La data d'inizio è fissata al 1528, quando, per parare la minaccia di uno sbarco francese che contemporaneamente aveva messo a sacco la città di Sassari, si interrò la foce del fiume, praticamente distruggendo ogni presente e futura possibilità di sviluppo commerciale e marittimo.Nel giro di pochi anni (intorno al 1570) il castello era già deserto. Fu un lento processo di disfacimento. Paradossalmente, se il castello si è conservato, in qualche modo, intatto nella sua generale (provate a confrontare le foto di oggi con le numerose stampe che lo ritraggono nei secoli scorsi, e si vedrà come il suo dentellato skyline scorra inalterato), è proprio perchè l'abbandono lo sottrasse alla dura manipolazione del passaggio degli uomini e dell'urto degli eserciti opposti.Questo legame fra castello e città sembra interrompersi alla fine dell'Ottocento, quando la città abbatte l'intera cinta delle mura e la nascente scienza del passato porta invece Filippo Vivanet e Dionigi Scano (grandi restauratori, spesso anche grandemente criticati) a riassettare il perimetro di mura e rinvigorire le torri. Oggi Bosa appare al visitatore attento come un mosaico vivente di realtà urbanistiche forti, radicalmente caratterizzate dalla  loro stessa individualità: il fiume in basso, la linea delle case di Lungotemo, l'aggrumarsi dei tetti e delle altane di seconda fila, l'animato disordine di Sa Costa e, nello spazio un tempo percorso da mura di raccordo e camminamenti picconati nella roccia, l'alta corona fortificata di Serravalle. Contrariamente alla dislocazione dell'anatomia umana, il cuore di Bosa sta fuori di Bosa. Sta nel castello, e dentro il castello quel misterioso richiamo ad un'antichità civile e raffinata che è la chiesa di Nostra Signora di Regnos Altos, con l'enigmatico ciclo dei suoi affreschi riportati di recente a nuova vita e di ombrose vie di aristocratici lastricati, Bosa sta distesa all'ombra del castello come una leonessa sovrana alle radici d'una pianta possente.

 

 

     

 

Le concerie di Bosa e la storia della lavorazione delle pelli, i cui edifici oggi sono dichiarati monumento nazionale, sorgono sulla sponda sinistra del fiume. Descrivendo nel 1860 la valle attraversata dal Temo, dove sorge la città di Bosa, il conte Alberto Ferrero Della Marmora presenta per la prima volta il complesso di sas conzas, le antiche concerie. Rappresentano per la cittadina la testimonianza ed il segno di una borghesia moderna e dinamica, fortemente motivata in età piemontese e nell'Italia post-unitaria in contrasto col fermo dell'età spagnola. E' da questa attività che si genera il detto di Bosacome luogo pestilenziale, pregevole ma invivibile (Bosa fiagosa); notazione questa, che, non senza esagerazioni, come ha rilevato il Prunas Tola, ricorre nei viaggiatori dell'Ottocento. Nel 1831 il francese Antoine Claude Pasquin (Valery), pur esaltandone le bellezze, segnalava l'inquinamento causato nell'ambiente bosano dalle concerie e dallo stesso fiume: << Bosa, circondata da montagne, in una ridente e fertile vallata, ad un miglio dal mare, è pittoresa, ma l'aria umida, densa, concentrata, la rende malsana. Questa insalubrità aumenta anche più per le esalazioni del suo fiume, detto fiume di Bosa, l'anticoTemus, dove si fa macerare il limo, e si gettano le immondezze>>. Il linguista tedesco Max Leopold Wagner descriveva nel 1908 gli inconvenienti igienici creati dallo scarico industriale delle conce nell'alveo del fiume: alle pelli, originariamente immerse in un bagno di acqua ed escrementi di cane, poco doveva servire il successivo "bagno deodorante" in un infuso aromatico di foglie di mirto, processo modificato nel 1860 con l'adozione del tannino, innovazione tecnica rilevata, con altre, da una nota della Camera di Commercio di Cagliari. Aperti alle innovazioni dei sistemi di lavorazione, gli operai bosani del cuoio riuscirono ben presto ad imporsi per la loro specializzazione nella produzione della "vacchetta", un cuoio di qualità di cui si faceva esportazione (G. Spano, 1868). Sono dunque comprensibili le ragioni per le quali Bosa abbia costituito una felice eccezione nel panorama sardo quando, intorno al 1870, si verificò un forte peggioramento del rapporto tra importazione ed esportazione. Il flusso delle pelli bosane verso Genova e la Francia proseguì ininterrottamente per tutto l'Ottocento. La particolarità bosana non era dovuta solo alle innovazioni dei sistemi di lavorazione; si verificò ben presto anche una moderna organizzazione delle imprese che, concentrando la proprietà in poche famiglie, eliminò l'accentuata frammentazione produttiva della prima metà dell'Ottocento. Le 28 imprese registrate dal padre Vittorio Angius nel 1834, nel Dizionario del Casalis, cominciarono a ridursi a 23 nel 1860 e a 15 nel 1887. La ditta dei Fratelli Solinas e Mocci Marras da un lato e la ditta Sanna Mocci dall'altro avevano iniziato quel processo di concentrazione industriale che porterà quest'ultima famiglia a gestire, intorno al 1950, l'unica e ultima grande impresa conciaria cittadina. Mutamenti ai quali, oltre che al contesto politico ed ideologico che caratterizzò la Sardegna e Bosa nella seconda metà del secolo, si deve l'istituzione nel 1868 della Società Operaia di Mutuo Soccorso, organismo particolarmente impegnato nella difesa dei lavoratori del cuoio: tra i soci figuravano conciatori, sellai, calzolai, bottai. Alle dinamiche da prima rivoluzione industriale inglese della Mocci Marras, che giungeva a licenziare gli operai che non comprassero dal suo spaccio la carne ed i prodotti agricoli, i lavoratori dovettero rispondere con una più moderna arma di difesa: lo sciopero del 1902, come ricorda Girolamo Sotgiu. In concomitanza con il secondo conflitto mondiale, nel 1942, le ditte Solinas e Mocci Marras erano scomparse e i fratelli Sanna Mocci, che avevano una potenzialità produttiva di 30 quintali mensili di cuoio, si affiancò la conceria di Giovanni Contini (15 ql mensili), entrambe contingentate a causa dell'evento bellico. Di queste 2 concerie, fra quelle della provincia di Nuoro, la Sanna Mocci era la sola attrezzata e risultava pienamente rispondente (S. Ruju, 1988). L'attività della ditta Sanna Mocci, ampiamente conosciuta in Sardegna, ottenne uno degli ultimi riconoscimenti che il settore conciario sardo ebbe fuori dall'isola: alla società vennero infatti assegnati, alla fiera internazionale di Roma del 1924, il gran premio e la medaglia d'oro. Fin dagli inizi del Novecento, acquistando machinari più moderni dalla ditta zanelli di Torino, la Sanna Mocci aveva ulteriormente rivoluzionato i sistemi di lavorazione, utilizzando erodina al posto di escrementi di cane; vennero allora introdotti i bottali per agitare le pelli (prima smosse con bastoni dai manovali), i cilindri per passare il cuoio, le palmellatrici e le sbiancatrici per rasare e stirare le pelli. Continuarono a restare in uso i famosi ferri: de ilmasciare, che servivano per togliere il pelo dalla pelle assieme ad un cavalletto di pietra; de iscaranare, per la scarnificazione; de bussare, per stirare dopo almeno quattro mesi di lavorazione; de rasigare, per l'ultima rifinitura (E. Sanna 1977). Dagli anni Sessanta in poi il salto sarebbe dovuto essere più radicale e ampio: nessuno ebbe la forza e l'interesse per affrontarlo, decretando la chiusura definitiva delle concerie.

Aspetti architettonici e urbanistici
 - L'ubicazione dell'industria conciaria, vero e proprio quartiere di Bosa lungo la riva sinistra del fiume Temo, dipende direttamente dalla necessità di usare in grande quantità l'acqua salmastra nella lavorazione delle pelli. L'attuale lunga schiera di edifici costituisce la rielaborazione architettonica ottocentesca; essa presenta una tipologia a due piani, modulare e timpani affiancati. La "concia tipo" è formata da un ambiente a piano terra, dotato di una o più vasche in muratura; è qui che avveniva la lavorazione iniziale delle pelli, mentre al piano superiore, più asciutto, si procedeva alla rifinitura. Gli edifici, realizzati in muri portanti di pietra e fango, o pietra e calce, sono intonacati e dipinti con calce e polvere trachitica. Per le pedate dei gradini si è ricorso alla trachite liparitica locale di varietà rosa, come anche per stipiti e architravi di porte e finestre o anche per i rivestimenti basamentali e alcuni particolari degli interni. La copertura, ad incanniciato e coppi sardi, e retta da un'ordinatura lignea; la volta del primo livello è invece in muratura "a botte" con vele e mensole. Le costruzioni, ordinate in un punto appartato, dalla porta del ponte erano collegate in origine alla città, nel 1600 ancora delimitata dalle mura medioevali. Raggiungibili a piedi, esse erano separate dall'abitato dal corso fluviale; tale distanza faceva sì che parte dei miasmi delle pelli e delle materie concianti venissero eliminati dalla brazza di terra e di mare prima che potessero diffondersi tra le case. Le conce furono costruite sicuramente da muratori bosani, che godevano in passato di un grande prestigio (basti ricordare le parole usate da padre Vittorio Angius nel citato Dizionario del Casalis). La severità tipologica esterna riflette l'ordine e la semplicità dell'interno, con gli spazi di lavoro divisi su due livelli, funzionali alle necessità di organizzare la produzione, come anche la sicurezza, in considerazione delle dannose e frequenti (soprattutto un tempo) inondazioni del fiume: L'interno, con l'accesso al piano superiore tramite un corpo scala, è formato da uno o più ambienti comunicanti per via di ampie aperture ad arco. Le grandi finestre, fornite di grate, assicurano alle pelle la costante arieggiatura. L'arredo, semplice, parte in muratura, era diversificato dalla funzione svolta nel piano; in quello terreno erano presenti una serie di vasche (cuzos), costruite in muratura e rivestite in legno di quercia o castagno; il cavalletto (su gallittu) in marmo o legno, molto di rado in gres; il pozzo per l'acqua, che si trovava nella zona delle vasche; i bottali in legno (per la "concia rapida"); i tavoli in marmo; la pressa per eliminare l'acqua e le materie concianti. In un ambiente attiguo (sa domo è sa rusca), si trovava il frantoio dove veniva macinata la scorza (sa rusca) del leccio per ricavarne il tannino: qui erano sistemati i rulli di pietra (sas molas), il più delle volte in basalto della zona est di Crabalza, simili a quelli dei frantoi per olive. Il movimento era impresso da un cavallo, più tardi sostituito da un macchinario a funzionamento elettrico. Al piano superiore l'ambiente diventava più luminoso e maggiormente arieggiato: qui l'arredo era costituito da ganci in ferro ancorati alle travi di copertura; dai tavoli con piano in marmo; dalle macchine per rifinire il lavoro di concia ed in particolare dalla rasatrice, dalla palmellatrice e dal cilindro. Alla parete, in direzione dei tavoli, erano appesi gli attrezzi per le rifiniture manuali (s'istira po istirare, s'istira po arrasare, con lama a due fili; sa palmella, la palmella a mano formata da un tampone di sughero; su cristallu, un cristallo molato dalla parte che poggia sulla pelle; su pettene de ferru, un pettine di ferro). Sempre al piano superiore erano sistemati alcuni cassoni in legno per lo stoccaggio delle pelli ed un peso a bilico per la vendita, oltre che l'ufficio per le attività amministrative (s'iscragnu).

Il ciclo produttivo
 - Le notizie sul ciclo produttivo possono essere riscostruite attraverso pochi documenti: una serie di fotografie e le informazioni fornite da alcuni testimoni (Francesco Biddau, Anna Sanna Biddau, Paolo Ledda, Serafino Piras). Nel 1800 le pelli usate nelle concerie bosane provenivano dai macelli locali e da varie parti della Sardegna. Nel secondo Dopoguerra, invece, si utilizzarono anche pelli provenienti dall'Africa (Mombasa, Nigeria), considerate di prima scelta. Si conciavano pelli di buoi, vacche, tori, (che davano cuoi grossi per suola e selleria), vitelli e vitelloni (ricercata la vacchetta per le suole fini o le tomaie). Le pelli degli agnelli sardi, ritenute ottime in ambito europeo, venivano conciate all'allume di rocca (concia col pelo per pelliccia, mediante la "concia lenta" se venivano usate per tomaia). Nel secolo scorso le pelli venivano ancora lavorate col metodo della "concia lenta", ciclo di lavorazione in sei mesi. Tre erano le fasi di lavorazione:

Rinverdimento (
a modde ) - Si immergevano le pelli in acqua fredda se fresche, in acqua e soda caustica se secche (salate); seguiva la messa in calce e la depilazione, utilizzando dei calcinai in serie a rotazione, in modo che la pelle si gonfiasse e permettese al pelo di cadere. Seguiva la depilazione a cavalletto (su gallittu): si rimetteva la pelle in acqua e per una seconda volta sul cavalletto, utilizzando su ferru de bussare. Si eliminavano poi ulteriori residui di pelo, infine si scarniva.


Concia vera e propria con purga e mirto
 - La purga con escremento di cane produceva l'effetto eliminatorio della calce e dava alle pelli maggior elasticità; successivamente gli escrementi di cane vennero sostituiti con un prodotto (erodina), costituito essenzialmente da un enzima che produceva lo stesso risultato, senza gli inconvenienti igienici e con eliminazione del cattivo odore derivante dal processo tradizionale.


Rifinizione e messa a vento
 - Gli attrezzi usati erano il tavolo in marmo, s'istira po istirare, s'istira po arrasare, la palmella a mano in legno con un tampone di sughero, su cristallu (un cristallo molato dalla parte che poggia sulla pelle), il pettine in ferro (a quadrigliare).Il metodo della "concia rapida" prevedeva un ciclo di 45 giorni: esso fu adottato nel 1920 dalla conceria dei Fratelli Sanna Mocci. Le fasi di lavorazione rimanevano sempre tre:rinverdimento in fossa, con acqua (circa 3000 litri). Per i primi bagni venivano impiegati 3 sacchi di scorza di leccio, equivalenti a kg 150 di prodotto. Le pelli interessate erano in numero di 45 dove ciascuna pelle mediamente pesava kg 9. Le pelli erano tenute nelle vasche per 7 o 8 giorni, provvedendo a sostituire la scorza esausta con nuova che aumentava in quantità via via, per un processo di 45 giorni;concia vera e propria: depilazione (in bottale), scarnitura a cavalletto, purga (in bottale), tannino (in bottale), ingrassaggio (in bottale);rifinizione: messa a vento, stiraggio (a mano), rasatrice, palmellatrice, cilindro ed attrezzi già citati per la "concia lenta", qui però a corrente elettrica.La descrizione del ciclo produttivo è documentata dalle fotografie realizzate da Salvatore Sanna nel 1958. Con un bastone in legno si giravano le pelli nelle vasche (calcinai) dette cuzos, foderate in legno di quercia o castagno: il legno, materiale coibente, aveva la funzione di mantenere nelle vasche, ad una temperatura costante, le pellei, le quali, immerse in acqua e calce, dovevano essere smosse ogni mattina. Non si dovevano formare bolle d'aria; per evitare questo inconveniente, sulle pelli venivano sistemati dei pesi. Si eseguiva poi il lavoro di scarnitura, al cavalletto (su gallittu), utilizzando un coltello con lama ricurva nella parte concava (ferru de ilmasciare) mentre la pelle era posta con lato carne in alto (palte de sa petta). Nell'ambiente attiguo, erano sistemati quattro tipi di bottale:per ammorbidire con calce ed eliminare il pelo;per ingrassare (con olio di pace);per conciare col tannino (prodotto vegetale estratto dalla corteccia del leccio: col tannino si produceva un cuoio scuro ma eccellente per la suola, senza screpolature, perchè aveva il potere di far precipitare la gelatina e trasformare la pelle in cuoio);un bottalino per pelli piccole che si conciavano in 8-12 ore a seconda della stagione o del tipo di pelle. Sempre nello stesso ambiente si sistemavano le pelli nella pressa e si seguiva un procedimento per l'eliminazione dell'acqua e dei residui delle materie concianti (prendevano parte a questa operazione tutti gli operai presenti nella conceria, di solito almeno sei). Sopra un tavolo si effettuava la stiratura con il coltello a due tagli (si iniziava il lavoro dalla parte della coda); le pelli infine si stendevano sul tavolo di marmo ad asciugare. La fase di rifinitura iniziava dopo che le pelli, sgocciolate e passate alla pressa, venivano appese alle travi del soffitto e disposte in modo che risultassero ben arieggiate. In una prima fase si portavano giù le pelli asciutte e si stiravano con i ferri da taglio, badando di non rovinarne la superficie (si lavorava dalla parte "fiore"). Si rasava quindi la pelle (arrasare), tagliandone le imperfezioni (dibudare) anche di spessore e si passava nella palmellatrice. Il lavoro successivo si svolgeva alla rasatrice; qui si applicava una pastetta (sa pastella) composta da olio di pesce, sapone mantecato e cera; dopo 5 minuti la pasta poteva considerarsi asciutta e pronta per essere ammorbidita; si girava ancora la pelle e si quadrigliava (a rigare) con una macchinetta (stira de arrigare); si girava dalla parte "fiore" (su fiore) opposta alla parte interna (de sa petta), si stendeva, si spargeva il talco in polvere con una spugna. Si prendeva il cristallo e con la pressione delle braccia sull'atrezzo e sulla pelle, ormai liscia, si riusciva a restituirle il colore naturale. Infine, si procedeva alla scelta delle pelli (classificate in 1°, 2°, 3° scelta) che che venivano piegate in 4 parti e riposte nei cassoni, ormai pronte per la vendita. Il cilindro veniva usato nell'ultima fase di rifinitura solo per il cuoio da suola. Come ricorda Elio Vittorini in Sardegna come un'infanzia (1931), un servizio periodico di battelli, provenienti da Cagliari, univa i porti commerciali dell'isola. Dal porto di Bosa marina, mediante la ferrovia, le pelli conciate partivano per la penisola o la Francia.
            

Le prime torri costiere furono edificate a partire dall'inizio del 1500, mentre l'impero turco raggiungeva la sua massima espansione, si formarono, lungo le coste dell'Africa settentrionale, gli Stati barbareschi (Algeri, Tripoli, Tunisi). Prima retti da funzionari ottomani e poi via via sempre più autonomi, vere e proprie città-stato musulmane, ebbero come carattere tipico l'attività corsara che ne costituiva la base economica e sociale. I corsari, armatori privati autorizzati con lettere di corsa ad attacare le navi nemiche, praticavano una attività riconosciuta come lecita forma di guerra dagli Stati. I capi (rais) erano organizzati in una corporazione (taiffa) che aveva un notevole peso politico ed esercitavano una vera e propria attività imprenditoriale con la divisione del bottino per quote di partecipazione.Per tutta la prima metà del Cinquecento, il Mediterraneo fu dominato dai fratelli Arug e Khair ad-Din, soprannominati Barbarossa, forse forse per corruzione del nome Baba Arug. Khair ad-Din (Mitilene 1466-Costantinopoli 1546), ottenuto dal fratello il governo di Algeri, ne fortificò il porto e la trasformò nella più temuta città-Stato corsara del Mediterraneo. Morì ultraottantenne, onoratissimo dai Turchi. Dragut Rais fu il più famoso dei pirati turchi della seconda metà del Cinquecento. Originario dell'Asia Minore, governò Tripoli dal 1553 al 1565. Morì nell'assedio di Malta del 1565. Molti corsari di origine europea, tra i quali alcuni sardi, rinnegata la fede cristiana si erano stabiliti lungo le coste dell'Africa. Hassan aga, un porcaro rapito nella Nurra, allevato dal Barbarossa, divenne re di algeri.Fu considerato dai contemporanei hombre de gran ingenio. Murat I, rapito anch'egli in Sardegna, abbracciò l'islamico nel 1632. Divenne bey di Tunisi e regnò per 13 anni lasciando il governo al figlio Mohamed Bey e quindi al nipote Murat II. Euli (Ulug) Alì noto, nella tradizione occidentale, come Occhiali, si chiamava in realtà Luca Galeni ed era nato in Calabria nei primi del '500. Fu catturato, ancora ragazzo, dai Turchi e allevato alla scuola di Khair ad-Din e di Dragut. Divenne uno dei più famosi e temuti corsari del suo tempo. Guidò l'ala sinistra dela flotta turca nella battaglia di Lepanto(1571) e fu l'unico ammiraglio turco a salvarsi. Capitano pascià, fondò a Costantinopoli una moschea e un collegio. Ai corsari turchi, ma anche francesi, inglesi e olandesi rispondevano i ponentini, corsari italo spagnoli ai quali si univano con entusiasmo gli ospedalieri di Malta, gli Stefanini creati da Cosimo I e poi i Mauriziani di Emanuele Filiberto di Savoia.Dopo varie peripezie, il 15 febbraio 1652, entrò in funzione l'amministrazione della flotta sarda delle galere, che non riusciranno comunque mai a garantire una protezione marittima adeguata. La Capitana, la Patrona e, dal 1660, la San Francesco, navigarono, con alti e bassi, per un trentennio finchè lasciarono definitivamente alle torri il controllo e la difesa delle coste. In precedenza, la difesa dei mari sardi era affidata alle galere degli Stati alleati e ad armatori privati che, anch'essi con lettere di corsa, veleggiavano razziando tra la Sardegna e la costa africana. Giacomo Manca, barone di Usini, Tissi e poi d'Oppia e di Montesanto, ottenne dall'imperatore Carlo V <<il privilegio di armare in corso e di applicare a suo solo vantaggio le prede>> (Tola). Tali privilegi, vista la inconsistenza della flotta sarda, continuarono anche dopo il 1652. 

Storia della torre di Bosa - La torre del porto di Bosa, detta anche torre dell'isola Rossa, è la più antica e importante della zona, una delle più imponenti della Sardegna. Secondo gli studiosi di architettura militare presenta caratteristiche ascrivibili al XV secolo. Il riempimento e la scarpatura della base, separata dalla parte superiore, cava ed appiombata da un toro (redendone), con la funzione di deviare eventuali schegge di proiettili, assieme alla bertesca caditoia e protezione del boccaporto), rispettano le teorie del Martini, architetto della fine del '400. Altrettanto dicono le troniere poste all'interno. L'arma che campeggia sopra l'ingresso (quattro pali verticali) potrebbe appartenere ai Villamarì, signori della città fino al 1556, che accrebbero notevolmente i diritti di commercio del porto. La Torre del Porto è citata per la prima volta nel 1572 (Relazione Camos) ma risulta già completamnete restaurata nel 1579, il che ci autorizza ad anticipare di molti anni la data della sua fabbricazione.

Nel Parlamento del 1586, il sindaco della città chiedeva che <<si perfezionasse il lavoro della torre perchè, da alcuni anni, i barbareschi erano più frequenti in questi mari giacchè la città ed i paesi vicini avevano fatto assai per costruirla nella maggior parte>>. Il Parlamento del 1643 accordò al consiglio cittadino di <<sistemare la cisterna>> con <<l'apertura all'interno>> della torre stessa. Il provvedimento non fu mai attuato, come dimostra un'identica richiesta, anchessa inevasa, del 1773. Nel 1796 vi furono imprigionati i fratelli Areddu di Mores e don Massidda di Busachi, implicati nei moti angioiani. La torre era attiva fino al 1843. I cannoni collocati come bitte nel porto sottostante sono probabilmente precedenti a quelli in uso al momento dello smantellamento. Oltre che come difesa contro i barbareschi, assolse a funzioni doganali, sanitarie e di guardia del porto, con autorizzazione alla riscossione dei diritti di ancoraggio.Considerata la sua importanza, fu sempre presidiata da un contingente di uomini superiore alle altre torri e passò molto presto a carico del Regio Erario. Agli inizi del 1700 richiedeva una delle spese più alte dell'isola: costava, tra manutenzione e personale, 883 lire (relazione Remy). Nello stesso secolo era difesa, secondo il resoconto di varie ispezioni, da otto uomini: un alcaide, un artigliere e sei soldati. Alla torre erano anche assegnati sei forzati, adibiti probabilmente a lavori domestici (relazione Davisto). Armata sicuramenete, nel 1500, di petrieri che sparavano dalle troniere, aveva nel 1600, quattro cannoni e, nel 1700, sei cannoni, due petrieri, quattro mortai, un consistente corredo di granate e di bocce da fuoco. Vi era anche un grande numero di pietre da lanciare dagli spalti. Si accedeva all'interno tramite una scala di legno che veniva calata all'alba e ritirata al tramonto.L'ingresso era protetto da un bocaporto di legno rivestito di lamine di ferro. A protezione del corridoio d'ingresso calava una serraglia che, nel 1773 dovette essere bruciatta perchè, troncatasi la catena, aveva inprigionato gli stesso torrieri. L'interno, tramezzato, ospitava le camere dell'alcaide e dell'artigliere. C'era ancora una piccola prigione, mentre la nicchia di una troniera era adibita a casamatta. Sulla piazza d'armi, alla destra della garitta delle scale, una tettoia in canne e coppi (mezzaluna) riparava i soldati e le munizioni. In posizione opposta alle scale era la garitta della latrina, che scaricava all'esterno.

 

 

     

   

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